Comunista come insulto

 

 

"Comunista come insulto. Comunista come minaccia. Comunista come scorciatoia retorica per evitare di parlare del presente. Berlusconi lo ripeteva come un mantra ed è tornato di moda. Oggi lo riprendono ministri, commentatori, opinionisti, come se fosse ancora una parola capace di spostare qualcosa. 

 

Sappiamo bene che i comunisti, quelli veri, in Italia non ci sono più da decenni. O forse semplicemente si nascondono. Restano pochissimi esemplari a dichiararsi pubblicamente, resta qualche immagine di comizi di Berlinguer, un poco di nostalgia, il solito meme tratto dal film di Verdone. Aò! 

 

Abbiamo passato la vita a spiegare che fascismo e comunismo non sono la stessa cosa. A ricordare che senza quella storia, senza quella tradizione politica e sociale, questo Paese sarebbe stato molto più povero, più diseguale, più fragile. Lo Statuto dei lavoratori, la sanità pubblica, la scuola di massa, i diritti sindacali, le tutele sul lavoro, la cultura che arrivava nelle periferie, le biblioteche, le case del popolo, l’idea che un figlio di operai potesse studiare, leggere, capire il mondo. Tutto questo arriva da lì.

 

Poi a un certo punto abbiamo smesso di dirci comunisti. È sembrato più semplice. Troppo faticoso doverlo spiegare ogni volta. Antiquato come termine, poco spendibile, fuori moda. E allora in Cina? 

Così la nostra identità si è ridotta a una posizione di contrasto. Antifascisti. Contrari a qualcosa. Come se bastasse.

 

E invece il comunismo nasce per proporre. Propone cose molto sensate, a pensarci bene. Quando ci dicono quale sia la proposta alternativa alla destra, basterebbe riproporre l'idea di una società fondata sulla riduzione delle diseguaglianze, non sulla loro celebrazione. Si dovrebbe semplicemente parlare di lavoro come diritto e non come concessione, salari dignitosi, tempo libero, accesso universale alla salute e all’istruzione. Si dovrebbero ricordare i servizi pubblici forti, territori tutelati, città pensate per chi le abita e non per chi le consuma. Proporre la cooperazione al posto della competizione, la solidarietà come struttura e non come elemosina, la cultura come bene comune e non come lusso.

 

Un essere umano avrebbe ottime ragioni per essere comunista. Non c’è nulla di insultante in tutto questo.

 

Poi ti dicono che Prodi era comunista, che Renzi era comunista, che la sinistra ha governato per mille anni e si ricomincia da capo, a spiegare, a precisare, a perdere tempo. Siamo stanchi.

 

Ripetiamo che di certo non è stato il comunismo ad aver prodotto precarietà permanente, salari bassi, lavoro povero, delocalizzazioni, smantellamento dei servizi pubblici, privatizzazione della sanità, scuole ridotte a parcheggi sociali, università trasformate in aziende, città espulse dai residenti e consegnate al turismo selvaggio, case inaccessibili, affitti fuori controllo, consumo del territorio, disastri ambientali, solitudine sociale, competizione come unica grammatica dei rapporti umani, anziani lasciati soli, giovani costretti a emigrare, corpi spremuti fino all’esaurimento, vite misurate solo in termini di produttività.

 

Questo lo ha prodotto il capitalismo. Lo ha prodotto la classe dirigente che governa oggi e che governa da anni, spesso fingendo di stare su fronti opposti mentre condivide la stessa visione del mondo. Sì, anche Renzi. 

 

Io sono comunista. Lo sono diventato. A furia di libri, di studio, di incontri, di approfondimenti.

 

Se qualcuno mi chiama comunista, io sono contento.

 

Secondo voi, siamo davvero pochi? Io non credo."

 

Luca Delgado

 

 

Gennaio 2026